lunedì 24 agosto 2009

Otto poesie di Marco Ribani

Otto poesie sono il frutto maturo di quest'anno. Segnano una svolta. Dopo un lungo silenzio la voce è ritornata e parla per esperienza del mondo con gli occhi di chi il mondo lo vive nell'ingiustizia e nella privazione. Sono molto affezionato al temine Poesia Civile, anche se molti lo considerano superato. Percorrerò questo sentiero.

1
Le morti bianche sono sporche

La costruzione sale cantando
E chi non ha parole canta a bocca chiusa
Solo si batte il tempo universale dello sfruttamento.
Senti il muezzin, senti anche le campane, senti il prete.
Senti il caporale. Senti la canzone.

Era qui adesso. E poi non c'era più .

Cantavamo insieme alla finestra e siamo andati giù.
Poi lui è rimasto fermo
Forse perchè gli usciva il sangue
Da una crepa sottile nella testa. Allora io.
Allora io mi sono scrollato la polvere dalle braghe blu
E ho continuato a cantare. Mentre lui cantare non cantava più.
Ho cantato per marcare differenza perchè i vivi cantano
Cianciano fanno un gran casino mentre i morti
Si svuotano di vita e si gonfian di silenzio.
Dice il giornale stamattina che questa è morte bianca
E' sporca invece! Deve essere sporca la morte.
Una macchia su tutte le camicie dei padroni.
Maria, come mai che queste macchie...? Non vanno via?
Non so non vanno via son macchie strane
E se ci accosta l'orecchio vibrano di voci
Come di cori che vengon da lontano.

2

Il miracolo di questa vita tutta stropicciata
sgangherata è un miracolo che non è di lampo
viene da una poesia che deborda dalla pentola
in cui l'alchemico apprendista mescola grumi
di coscienze strappate con le unghie al volere
del signore. E allora aggiunge e schiuma e toglie
e poi tutto che bolle come in una danza
e alla fine si lascia decantare.

Da quella pentola vivente si sentono le voci
anche quelle per cui invano invochi il dono
della perenne sordità. Luci. Il dolore delle lame
delle luci. Ci si guarda intorno spaventati
e poi con lo spavento grande fatto a imbuto
si trangugia solitudine. O madre segreta.
O madre silenziosa e attenta. O madre ruvida
e tagliente come una polvere di vetro.
Sai che resistere al dolore è una forma di vita
assai distratta. A volte allora basta un latrato
un canto inappropriato di un gallo
che ha smarrito il tempo o la tuba bassa del pavone
per dare condimento a quel paiolo di cui
a dire il vero non so neanche spiegare come bolla
così senza il suo fuoco.

3


Neppure questa vita sottile alla fine è stata libera di essere leggera
Neppure da queste finestre sbilenche e da queste porte sgangherate
è penetrato quel vento senza nome che ti chiama per andare via

Volevi un tuo castello? Vecchio. Prendilo, incarta e porta via.
Le costruzioni cadono quando per le stanze e i corridoi
cessano i canti e i desideri. Gli spazi non desideranti sono morti.
Perchè solo il volere ancora è calce viva

Lo spazio del corpo vecchio viene invaso e posto sotto vuoto spinto
La forma è la sostanza vincolata da un matrimonio doloroso tra corpo e nulla
La spinta propulsiva dell'idraulica Compagni si è esaurita.
Ogni resistenza è a rischio. Genera moti perpetui di sbigottimento
Ci si desta ogni mattina per autosufficenza dell'amore.

Si emerge nudi al giorno dai sogni rarefatti
tra prepuzi incatenati sui cancelli e gruppi di vagine
variopinte e leggere portate a grappoli
dai bambini nella piazza centrale delle città.

Nella città si è svolta una rivoluzione nominale
la formula sta nell'immersione nell'alcol
dei migliori sentimenti la giovinezza la si può trovare
mischiata alla polpa succosissima di papaia e mango

Dentro
i vecchi sono pozzi bruciati nella fuga
Ma è il colore nero che li salva perchè
non permette distinzione
fra il mezzo pieno e il vuoto

4

Veniva poi la neve
e noi con la pelle aperta delle mani
oscillavamo tra colpa e gioia
prima di portarla alla bocca
ed in quel freddo che ti schiantava i denti
c'era come un risarcimento naturale
di tutti i gelati mancanti dell'estate

Ma nelle case degli edili
di neve non si poteva essere contenti
perchè era colpa sua se si chiudevano i cantieri
e per l'umore degli adulti era come un lampo
colmare la distanza di pensiero neve -uguale- fame

Allora ci andavamo di nascosto
noi bambini a ridere e rimpinzarci
di neve anche le tasche e le mutande
e con le code d'occhio maliziose godevamo
degli sguardi invidiosi dietro i vetri
dei figli delle case senza fame.

5


La fabbrica non la potevo sopportare per via dei giorni stampati tutti uguali
C'era chi era contento e si sentiva più sicuro lì che altrove
Un po' come quei disperati che stanno in carcere perchè fuori gli fa paura
Ma per me era come dire Ecco tieni la mia vita Poi tu me la paghi -poco e a rate
Così io che ho bisogno sta certo che ritorno

La fabbrica non la potevo sopportare per i gesti del mattino
tutti davanti agli armadietti e ancora con gli occhi addormentati
Primo via le scarpe. Scendono i pantaloni, Via i calzini.
Calze un po' più grosse. Braghe a tela grezza. Scarpe strafugnate.
Così fino alla fine dei tuoi giorni. E se non ci credi se ancora
nutri sogni e piccole utopie ecco c'è lì Luigi 33 anni di lavoro
la tua statura e 30 chili in più ingrassati con quella differenza
di 200 euro a fine mese in busta paga.

Marchino è uno strano uno sensibile perchè lo vedi
che gli viene da piangere tutte le mattine quando ci vestiamo.
Deve avere dei guai con la famiglia scoppia di pianto e rabbia
io ci ho pensato ma non so cosa gli piglia.

La fabbrica non la poteva sopportare perchè i capi non avevano un sapere
I capi sono come secondini non è che ti comandano perchè sanno più di te
Sorvegliare e punire. E allora allenamento dello sguardo
Un alfabeto dell'avvertimento Attento a te non passare questa linea
Solo se tieni alla tua salute.

La fabbrica non la potevo sopportare perchè
non sopportavo il matrimonio le rate da pagare
la vita programmata l'auto da lavare i figli da educare
Scappare dalla fabbrica come scappare da una casa.

Puoi spiegarlo a una donna ma non ai tuoi compagni
Mentre parli non ti ascoltano nemmeno e tu hai
quegli occhi piantati dentro il cuore: Tradisci
Non c'è alcuna spiegazione. Hai dimenticato qui
queste parole vuote. Prendile riempile nel viaggio
Padronato,capitale, lo sciopero, la lotta.
Tutto questo caro mio è mondo.

E tu dici che te ne vuoi andare?
E tu dici che te ne vuoi andare?
E tu dici che te ne vuoi andare?

6


E chi glielo dice adesso ai miei figli
Che tutto questo rumigare nelle pieghe della vita.
Tutto questo frugare il femminile
Tutto questo lunghissimo fuggire.
Interrotto da brevissimi lampi di presenza.
Che tutto questo sostanzialmente
Si potrebbe definire come
Inutile
Stupendamente Stupefacentemente Meravigliosamente
Inutile
E chi glielo dice che mentre sono qui
In preda all'ansimare
Di una probabile fine della corsa
Se proprio devo dire cosa sento
Dico che di questa inutilità sono contento.
Niente
Non sei servito a niente
Non hai cambiato il mondo di un millimetro
Il mondo invece a te ti cambiato tante volte
E adesso sei qui tornato da dove eri partito
In modo che si potrebbe quasi dire
Che l'unico moto di rivoluzione che hai compiuto
E' stato nel fare il giro di te stesso.

7

Bologna 2 Agosto 1980

Anche questa Domenica mattina
abbiamo rovinato la festa dei cattolici
santificando con l'amore l'inizio di giornata.
Lei ha gridato particolarmente forte
tutto il suo dolore per non poter accogliere
ulteriormente il corpo del suo amante e lui
l'ha percorsa come una macchina a vapore
lasciandola tra la vita e la morte ai margini
di ogni possibile respiro.
Ora con la lingua nella sua bocca lavora a rianimarla
e lei che si è tagliata i capelli cortissimi sembra
un bambino bellissimo che assaggia qualcosa di
dolcissimo.
Adesso dopo il moto furente vengono le gocce di sudore
perchè è Agosto. Più esattamente il 2 d'Agosto del 1980
e sono circa le dieci del mattino.
Ci accarezziamo ancora e poi facciamo il gioco di contare
i punti dei nostri corpi che si incastrano quando lo facciamo
Anche la gatta ci viene a salutare e porgere i propri complimenti
perchè lei d'amore se intende.
Ma mentre la gatta annusa il pube della donna
il botto la trasale e solleva la città poi la ripone.
Sono le 10,25 .
Cazzo dico stavolta hanno esagerato
e penso allo sfondamento del limite del suono
Invece comincia il lamento della città madre
Prima sommesso e poi sempre più forte
Invoca dice chiama a raccolta.
Vado a vedere dico deve essere vicino
Inforco la vecchia bicicletta nella città deserta
Solo il suo pianto adesso disperato cresce.
Vedo Daniele uno che conosco vicino alla stazione
E' saltata una caldaia alla stazione
E' crollato tutto il ristorante
E' inutile che vai tanto non ti lasciano passare
Allora torno
Andiamo a mangiare alla festa dell' Unità?
Sì andiamo. Bologna in Agosto sembra una città straniera.

8


Ti amo comunque mi diceva lei
Non è abbastanza mi dicevo io
L’amore giovane non tollera la persona che ti ama per quel che sei
con i tuoi limiti, le tue paure, le tue miserie

Partivo. Per ansia di meraviglie. Per tornare diverso.
Ma le Penelopi implacabili:
Sei tu. Sei sempre tu . Ti riconosco.
Nelle parole dell’abbraccio una rabbia e un fallimento
Che hai viaggiato a fare
Se torni con un carico di nulla. Ancora una volta nudo alla meta.
Sei sempre tu.
Tre parole acuminate a rumigare dentro il sangue

E in cima a tutto Lei.
La vecchia
Vecchia Penelope con dita rattrapite di memoria
sfinita non d’attesa, ma da un inseguimento di pensiero intorno al mondo.
Sei tu. Sei sempre tu.

L’amore è una forma di condanna.
No mamma. Non sono io. Non sono mai stato io.

Costretto nel ritorno ad ammainare gli stendardi.
A nascondere i bauli ed i cammelli.
Chincaglierie. Piatti. Cianfrusaglie.
Il tutto camuffato da tesoro.

Tutta una carovana insacchettata.
I cavalli. I ciuchi sardi. La R4 rossa.
Il comunismo estremo. I tarocchi. Un po’ di Budda grattugiato.

Tutto schiantato.
Sei tu. Sei sempre tu.

Il cuore dell'Europa nel buio di Andrea Pomella

Tornerò, ti do la mia parola
mi siederò qui e tu potrai finire
di raccontare la mia storia
siamo partiti in settantotto dall’inferno
di Al Zuwara
nel punto concordato dove il mare
si ammassa vivo e morto
di quel colore
che sembra intraducibile come il dolore
dove l’acqua oscura t’accerchia e t’osserva
fino a che il tuo occhio vede
e al mattino presto si incontrano squadre
di uomini trafficare
architettando la tua salvezza o la rovina
quel che ho visto quando siamo partiti
è inventato non è reale
il mare stretto intorno agli occhi come
un acquerello a inchiostro scuro
un laccio emostatico un garbuglio
di stracci e di ferite
e presto il motore è scivolato in mare
per sette giorni e sette notti
a naufragare
narcotizzati dalla sete
costretti l’uomo all’uomo a darsi
il sangue ed il sudore a battersi
coi flutti incontrollati enormi
del metallo marino che squarciava
la gola e gli occhi
a sentire donne imbottite di feti
abortirsi la vita
finché imbavagliata la bocca abbiamo visto
sotto la luce scomparsa di dio un motopesca
maltese
Madonna di Pompei
ed è come se fossimo venuti a caritare
il vetro sabbiato della liberazione
uno sputo di vita un boccone
ma a che serve che io adesso vi chieda
se avete paura di me
di un morto in meno nella pioggia del mondo?
avete sprangato le porte
che solo le bombe delle vostre avarizie possono
far luccicare
Roma cristiana nel buio
il cuore d’Europa nel buio


Ken Saro-Wiwa di Andrea Pomella dal Blog Stella d'Occidente

La felicità che si prova nello scrivere, a volte, è come le stelle cadenti. È breve e nobile, lontanissima, oscura, è una luce improvvisa che bagna una foglia e ci strappa un sorriso leggero. C’è stato un giorno in cui forse anche Ken Saro-Wiwa deve aver provato questa breve e intangibile forma di felicità. A lui però il destino ha riservato una sorte brutale e oscura. Scrittore, poeta e drammaturgo nigeriano, Ken Saro-Wiwa ha dedicato la sua vita all’impegno delle rivendicazioni delle popolazioni del Delta del Niger nei confronti delle multinazionali responsabili di continue perdite di petrolio che danneggiano le colture di sussistenza e l’ecosistema della zona. Fu impiccato dal regime militare insieme ad altri otto attivisti il 10 novembre 1995 al termine di un processo farsa. È del giugno di quest’anno la notizia che il colosso petrolifero anglo-olandese Shell ha accettato di pagare 15 milioni e mezzo di dollari per evitare di comparire in un imbarazzante e clamoroso processo. La compagnia petrolifera era finita sotto accusa dal 1995 per complicità con l’ex regime militare nigeriano nell’esecuzione dei civili che si opponevano ai suoi metodi di estrazione del petrolio. Prima che venisse impiccato, Saro-Wiwa disse: “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”. Allora sì, c’è stato un giorno in cui anche lui, scrivendo, avrà provato quella piccola felicità in forma di stella cadente. E quel giorno, nell’attimo che accompagna e segue la caduta della stella, si sarà domandato se mandare al diavolo l’arte e continuare a vivere la propria vita. La poesia non dovrebbe essere mai vocazione alla morte.

Ken Saro-Wiwa, LA VERA PRIGIONE

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un’intera generazione
È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L’inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
È questo
È questo
È questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.

lunedì 10 agosto 2009

ETEL ADNAN Una potentissima poesia sulla strage di Jenin


Jenin
E quella notte, quando smisero di piovere tigri
e paraventi,
mentre coloro che erano venuti per rapine a mano armata
andavano via con un magro bottino,
dopo la chiusura degli amari caffè, e
dopo l’ora in cui i bordelli cominciano
a ricevere i clienti, quando gli stoppini si furono spenti
nelle loro lampade
e i preti furono tornati alla loro
abituale pedofilia,
quando la pioggia ebbe paura perchè
le bombe cadevano più veloci
della luce,
un fumo denso, fatto di ossa bruciate
sopra un fuoco tenue
e trasformato in “Calcio-Palestina”,
discese,
e riempì di disperazione le gole dei boia
che poi andarono a lavarsi dalle loro madri
con le orecchie allucinate
perchè sentivano le famose
trombe di Jerico
e confondevano gli anni con le stelle,
i cavalli con i granchi.

E la notte si rifiutò di piovere sulla testa della pecora,
e noi vedemmo lampi misti a
nuvole ingrossate con il sangue e le lacrime,
e la materia cominciò a parlare direttamente con i morti,
che non ascoltavano più,
e la gente non aveva voce,
e noi camminammo su rovi, spine e cardi,
e i nostri occhi esaurirono il vocabolario delle
ombre della morte,
e allora discese –seguendo la pioggia- un
angelo di cui nessuno conosceva il nome.
Egli cominciò a contare i feriti qua e là
e le amputazioni fatte con coltelli da cucina,
e quell’angelo scrisse ogni cosa in un libro di
oro e fango.
Per questo il mare dilagò, tremò di terrore,
obbligò le sue onde a vigilare,
e noi, al sentire suonare strumenti barbarici
giurammo che dovevamo uccidere la vita, e la morte,
avendo già visto uno spazio di lacrime e fuoco.
Nessuno uscì vivo dal campo
ma il tuono scosse le case piene di bambini,
e la miseria indossò abiti da donna,
e nessuno si fermò, mentre tutto ciò che era vivo
era morto.
Avvolgemmo la morte in una enorme bandiera e
la calammo in quella fossa comune che era diventata
la città: il cibo quotidiano dei suoi abitanti
furono le briciole aride della memoria.

Non disegneremo linee diritte ma chiederemo
alla primavera di tenere un diario di guerra,
chiederemo all’autunno di prendere posto fra i traditori.
Illumineremo le finestre con cera che brucia,
ma non chiedete ai pipistrelli di indicare la strada alle
volpi del deserto.
Preparate i camion che ci porteranno
al mattatoio.
Lì, si terrà un banchetto con bollitori
pieni di agnello cotto in limone e sangue.
Un banchetto preparato per i generali vittoriosi,
quello appena descritto.

Il sole si velò.
In un'orgia di furia, sleale ed efficiente
una tempesta si portò via i letti.
Le armi per uccidere sono più fredde dell’aria
che le circonda. Feriscono ma non fanno paura.
A Jenin è stato creato il male da un nuovo ordine.
Il male ha subito una mutazione che è
l’opposto di quella che ci aspettavamo.

Abbiamo dunque diritto ad odiare – ma non
ci affrettiamo a stupide conclusioni. Non siamo di questo mondo.

Le foreste stanno crescendo più fitte, gli animali notturni
stanno generando mostri.
Il male ha bussato alla porta, nella stessa
notte in cui la pioggia ha smesso di cadere.
I boulevard stanno perdendo attrattiva.
I cavalli corrono ad annegarsi,
senza alcuna ragione.

Viviamo nel perimetro tempestato di stelle
dell’incubo che esaspera la bellezza di questa primavera,
una primavera abitata da alberi in fiore,
montagne umide coronate da nubi translucide,
e la brezza che si mantiene sveglia quando i nostri
occhi smarriscono la strada da ovest a est attraverso
le colline rosa.

Ecco il dolore della gente che è circondata
da carri armati e incarcerata dallo sguardo
di assassini che hanno attraversato confini che sono
null’altro che le prime linee delle loro
molteplici prigioni:
tutto ciò solo per aggravare la bellezza di un mondo
posseduto da un’altra follia, estranea alla nostra
condizione.

C’è un tragico incontro fra la morte
di alcuni e la vita moltiplicata di altri:
altri essendo le gelide e felici onde
di un oceano che muggisce il suo piacere di essere nato
un’eternità prima della nostra misera coscienza.
La differenza fra ciò che imputridisce
e ciò che non smette di rinnovarsi
ci fissa.
Viviamo negli abissi.
Altrove la nebbia inghiotte le zone industriali.
Emanazioni di ciminiere che costellano
l’orizzonte riempiono le bocche di lavoratori necessari ma
dichiarati indesiderabili.
I gas bruciano le loro memorie.
Hanno dimenticato che prima di imbarcarsi sul battello
avevano un nome e un indirizzo.
Come buonuscita avranno malattie incurabili.

Lassù, sulla mia unica montagna, gli uccelli emettono
canzoni in codice, volano a coppie,
colpiscono l’aria con le ali e con gioia.
Nelle nostre teste sigillate i pensieri rappresentano
un vomito di gas velenoso –
e ricompensano se stessi.

La funzione primordiale della sopravvivenza
sta fornendo scuse per la morte;
è per questo che la Natura con noi ci ha rinunciato.
Rimane inaccessibile.
Quello che noi ne diciamo
non è che un pallido riflesso della sua realtà.
Ci siamo resi estranei
al nostro destino
sebbene la nostra infanzia
mostrasse un’esuberante lucidità.

Cosa è accaduto al passato?
Gli assassini non si fermano alla carne.
Cercano l’invisibile,
la nostra precedente beatitudine.
Nel frattempo, l’universo invecchia.
Miliardi di anni sono passati
e le stelle si battono per la loro vita:
brillare non le preserva dalla
definitiva scomparsa.
So che la materia non ha occhi,
che non ha smesso di respirare.
Sotto le tombe c’è la terra fresca.
Abbiamo visto tappeti tessuti con tinte vegetali:
uno aveva il colore ocra del volto
di uno degli uomini assassinati
a Jenin.
Non vi preoccupate, non dovrete guardare
nè il tappeto, nè quel cadavere.

Durante questo tempo, mentre i soldati nemici
lavoravano nel buio, l’universo invecchiava.
Con noi.
Come noi.
Nel nostro crollo finale trascineremo Dio stesso
verso la Sua fine.
Per ora, qualcuno governa, qualcuno scompare...
Nel campo c’era un campo,
i gradi dell’inferno entrano uno nell’altro.
Siamo seduti in questa stazione di comfort,
contemplazione e rinuncia.
L’ustione bianca si muove sui corpi,
ciascuno prigioniero del suo dolore.
Il dolore è murato nelle ossa, le ossa
nel corpo, e il corpo in case
murate a loro volta.
Sopra le porte ridotte in macerie
una volta c’erano iscrizioni,
o un semplice disegno.
Il sangue e l'inchiostro dei calamai si sono mischiati,
per questo le nuove scritte sono sporche di fango.
Sulle membra sparpagliate, abiti e
mobili sono diventati una dura coperta.
La notte si è chiesta se fosse morale nascondere
tale mostruosità, poi ha deciso:
resterà sospesa in alto nel cielo,
come ultimo bene dei diseredati.
Il silenzio è disceso e in assenza
di una scala è caduto giù con tutto il suo peso,
come piombo.
Alcuni di quelli che avevano cominciato la loro mortale agonia
riconobbero quel silenzio.
Chiamarono in aiuto le madri
ma le donne dormivano nella stanza accanto,
le loro teste mozzate riposavano sui cuscini.
Il fazzoletto di Sohrawardi si era macchiato...

Settimane dopo la carneficina un giovane
cercava di imparare, da un libro, come
diventare costruttore di cimiteri.
Ma non riuscì a trovare un pezzo di terreno
per la sepoltura dei morti.
Allora abbandonò i suoi studi
e si unì ad un’organizzazione clandestina.
Nessuno sa dove sia, nè se è ancora
tra noi.

C’è qualcosa di più degradato della morte,
di più assente, è ciò che è stato cancellato
col cassino di un bambino dalla lavagna della Storia.
La Storia, l’ultima illusione.

Nel freddo delle nostre case senza riscaldamento
ci tenevamo caldi con
la memoria dei nostri antenati, pensando ai
i nostri bisnonni come a semidei.
Sì. Certo.
Nient’altro.

Ma arrivarono loro– i bastardi, a sradicare,
con le bombe,
a dirci molto semplicemente che noi non esistevamo.
Cominciarono con gli ulivi,
poi con i frutteti,
poi, con gli edifici,
e quando tutto fu scomparso,
gettarono, uno sopra l’altro,
i bambini, i vecchi e gli sposi,
in una fossa comune,
tutto ciò per dire al mondo dei mezzo-morti
che noi non esistevamo,
che non siamo mai esistiti,
e che perciò avevano ragione...
a sterminarci tutti.



Traduzione: Raffaella Marzano tratto dal sito Casa della Poesia.org

Etel Adnan è nata a Beirut, Libano, nel 1925, da padre siriano mussulmano e madre greca cristiana. “Beirut e Damasco” ha detto in una intervista a Margot Badran, “paesaggi della mia infanzia, rappresentavano due poli, due culture, due mondi diversi, ed io li amavo entrambi”.
La Adnan è poetessa, scrittrice e pittrice. Afferma di dipingere in arabo e alcuni suoi testi sono illustrati non solo con disegni, ma anche con segni e scoppi all'interno del testo stesso. In Apocalypse Arabe, ogni segmento del bellissimo poema è punteggiato da segni che intrecciano, sul testo, spesso denso, un sistema di significato: scrive STOP, ma la freccia indica avanti, avanti. Tornata in Libano nel 1972 ha lavorato come editore letterario del quotidiano di Beirut, L’Orient-Le Jour. Nel 1976 lasciò il Libano. Vive oggi tra Parigi e Sausalito, California.
Nei venti anni seguiti alla pubblicazione del suo primo volume di poesie, "Moonshots" (Beirut 1966), la Adnan ha pubblicato libri in inglese e francese di cui due in prosa: "Sitt Marie Rose" (Parigi 1978, tradotto in inglese, tedesco, olandese, arabo e in italiano nel 1979, Edizioni delle donne) e nel 1986 il saggio nella tradizione di Siddharta, "Journey to Mount Tamalpais" (Sausalito 1986). Nel 1985 a Parigi il saggio sull’artigianato in Marocco "L’artisanat créateur au Maroc". Le sue collezioni di poesie comprendono "Five Senses for One Death" (New York 1971), "Jebu et l’Express Beyrouth-Enfer" (Parigi 1973), "L’Apocalypse Arabe" (Parigi 1980, Sausalito 1989), "Pablo Neruda is a Banana Tree" (Lisbona 1982), "From A to Z" (Sausalito 1982), "The Indian Never Had a Horse and Other poems" (Sausalito 1985), "The Spring flowers own and The manifestations of the Voyage" (Sausalito 1990). Sempre dalla Post-Apollo Press "Paris, When it’s Naked" (1993) e "There" (1997).
In Italia ha pubblicato per la Multimedia Edizioni "Viaggio al Monte Tamalpais" e la breve ma intensa biografia "Crescere per essere scrittrice in Libano", per Jouvence "Ai confini della luna", per Semar "Apocalisse Araba".
Diverse poesie di Etel Adnan sono state messe in musica, ad esempio da Gavin Bryars ("Adnan Songbook) e da Zad Moultaka ("Nepsis").
Ha anche scritto due opere teatrali: "Comme un arbre de Noël" (sulla guerra del Golfo) e "L'actrice", che è stata rappresentata a Parigi nel marzo del 1999.
È considerata una delle più importanti scrittrici della diaspora araba.
Ha partecipato fin dall'inizio alle pubblicazioni della Multimedia Edizioni e ai vari progetti di Casa della poesia.


sabato 8 agosto 2009


Siggil (estratto) 1. Vennero, portavano su un piatto rosso la testa dell’orizzonte. Anche il miraggio fu evocato, scendeva lontano in un deserto non lontano. Labbra battevano come fossero campane, un alchimista distillava l’elisir di lunga vita, e il sale combatteva il pane. E’ il banchetto! sotto un cielo che riversava nettare in calici simili a teste di morto. Quant’è profana l’unione tra il sangue e il cielo. 2. Cola sangue che non s’arresta - inchiostro della genesi inaugurato da Caino. Come ha ben visto Caino, non ha percorso lo smarrimento non ha vissuto l’esilio. Ed ecco il tempo trascinato dal sole suo padre, cinto da catene, da ruote che solcano la terra, mentre lo spazio è una lanterna spenta. Non avete forse parlato, voi cose silenziose? - Succhiando al seno della passione. - Mistero guidato dal fuoco. - Fuoco alimentato dal mistero. Mentre la luce non cessa di piangere, piange la ragione del globo, dolendosi per le stirpi dell’esilio. - In esilio nascono le profezie. Ma com’è facile mettere il cappello di un profeta sulla testa di un impostore, com’è facile mettere il cappello di un impostore sulla testa della storia. Tempo immenso crepuscolo di teste umane. Poeta siriano-libanese, critico letterario, traduttore e redattore, una figura di grande influenza nella poesia e letteratura araba contemporanea. Nel suo lavoro Adonis fonde una profonda conoscenza della poesia classica araba ed espressione rivoluzionaria, moderna. Come gran parte di scrittori mediorentali, Adonis ha esplorato il dolore dell'esilio - "Scrivo in una lingua che mi esilia," ha detto. "Essere un poeta significa che ho già scritto ma che in realtà non ho scritto nulla. La poesia è un atto senza principio né fine. In realtà si tratta di una promessa di un inizio, un eterno inizio. (da Preface 1992) Adonis nato 'Ali Ahmad Sa'id ad Al Qassabin, presso la città di Latakia, in Siria. Suo padre era un contadino ed imam; morì nel 1952. Il maestro del villaggio gli insegnò a leggere e scrivere ma non frequentò la scuola, o vide un'automobile o sentito una radio fino all'età di dodici anni. Da suo padre, una figura che influenzò molto la sua vita, ricevette un'educazione tradizionale islamica. Nel 1944 Adonis entrò al French Lycée a Tartus, e si diplomò nel 1950. In quello stesso anno pubblicò la sua prima raccolta di versi, Dalila. Adonis studiò legge e filosofia all'Università Siriana di Damasco, e prestò servizio nell'esercito per due anni. Perseguitato per le sue idee politiche, Adonis trascorse parte del servizio militare in prigione. Dopo aver lasciato il suo paese natio nel 1956, Adonis si stabilì insieme alla moglie, il critico letterario Khalida Sa'id, in Libano, diventando cittadino libanese.

Veniva poi la neve di Marco Ribani



Veniva poi la neve
e noi con la pelle aperta delle mani
oscillavamo tra colpa e gioia
prima di portarla alla bocca
ed in quel freddo che ti schiantava i denti
c'era come un risarcimento naturale
di tutti i gelati mancanti dell'estate

Ma nelle case degli edili
di neve non si poteva essere contenti
perchè era colpa sua se si chiudevano i cantieri
e per l'umore degli adulti era come un lampo
colmare la distanza di pensiero neve -uguale- fame

Allora ci andavamo di nascosto
noi bambini a ridere e rimpinzarci
di neve anche le tasche e le mutande
e con le code d'occhio maliziose godevamo
degli sguardi invidiosi dietro i vetri
dei figli delle case senza fame.

martedì 4 agosto 2009

Amelia Roselli

Amelia Rosselli: una poesia




tratta da Le poesie

di Amelia Rosselli

La mistica del cervello. La luce del demonio sollevava polvere
negli occhi impuri della mia fecondità. Io ero tremante d’invidia
ma il raggio solare sollevava anch’esso storie d’amore tenue
come il pero con i suoi fiori incantati, come il pane di
sera che s’ingrana nelle faccende nostre d’amore e di pietà
e di fame e di quadratura del circolo infame che noi solleviamo
al di sopra di ogni sapienza.

Incauta ricorrevo all’aldilà ma fui ben presto scottata da
mani invidiose. Le mie proprie mani mi riportarono a terra
le mie proprie unghie sollevarono da terra l’astro della
felicità. Torgono in mano i lumi i santi ed i sapienti, torgono
in mente i lumi i negri e le maestre di scuola e le rinvenute
dalle scuole di agricoltura.

Condannata a far finta mi risollevai dalla polvere ben presto
per inginocchiarmi alla fonte delle benestanti. Le protestanti
non attecchirono ormai più la mia freschezza ingenua e con
tutto candore perdonai ai più villani, vecchi digiuni. Cuore
che tanto digiuni scostati dalla rabbia e rimani potente
signore.

Robert Duncan




RIVOLTA

Ecco Johnson aspira a raggiungere i grandi simulacri degli uomini,
Hitler e Stalin, a guadagnarsi la fama
con gli aerei che rombano da Guam su tutta l'Asia,
tutta l'America diventata un mare di uomini che arrancano
mossi dalla sua volontà, una cosa gonfiata,
succhiante dal basso ventre della nazione
il sangue e i sogni che gonfiano la psiche idiota
fuori dal suo seminato in una cosa primitiva
finché il suo nome puzza della carne bruciata e degli onori accumulati

E gli uomini si svegliano e realizzano che sono usati come cose
consumati in un grande potlatch, questo barbecue del Texas
dell'Asia, Africa, e tutte le Americhe,
e i militari professionisti dietro di lui, pensando
di usarlo come pensarono di usare Hitler
senza perdere il controllo dei loro affari di guerra,

Ma la mania, la rapace aquila americana
come la vide Lawrence "uccello di uomini che sono padroni,
che elevano il sangue di coniglio delle masse fino a…"
fino a qualcosa di terribile, andato al di là di ogni limite, o
come Blake vide l'America infuriarsi in figure di fuoco e di sangue,
…in quale immagine? il malaugurante ruggito nell'aria,
le ali onnipotenti, il ragazzo-tipo americano nell'abitacolo
che sgancia il suo carico di napalm, giù nella jungla
il suo obiettivo "ogni forma o segnale di vita", non disegnando più
coi pastelli nella sua stanza segreta
gli incendi delle case e la tortura delle madri e dei padri e dei figli,
i loro capelli in fiamme, urlanti nell'agonia, ma
in esecuzione del dovere, per il potere e la fame duratura
di Johnson, per la vittoria della volontà americana sopra le sue vittime,
rilasciando il suo carico di distruzione sul nemico,
nel terrore e nell'odio per tutte le cose comuni, per la comunione,
per il comunismo .

si è levato dalle stanze private dei capi e uomini d'affari delle cittadine,
dalle stanze di consiglio delle bande che governano le grandi città,
rigonfie dei voti di milioni,
dai cuori paurosi della gente perbene nelle periferie che gira
la carne succulenta sopra i forni a carbonella e riempiendo i loro piatti
al barbecue più di quello che riescono a mangiare,
dalle chiuse sale d'assemblea dei rettori delle università e dalle riunioni degli speculatori

- dietro la scena: i depositi atomici; le fiale di malattie sintetizzate che avidi biologi hanno sviluppato per più di mezzo secolo sognando i corpi di madri padri figli e odiati nemici rigonfi di piaghe mai viste, morbi diventati mostruosi, influenze perfezionate; e i gas che causano panico, confusione dei sensi, mania, inducono terrore per l'universo, coma, ferite esistenziali, che chimici incontrati ai cocktail parties, incrociati ogni giorno con un sereno "buon giorno" andando al lavoro o a lezione, hanno prodotto per rendere la guerra troppo terribile per essere dichiarata -

innalzato questa segreta entità dell'odio americano per l'Europa, per l'Africa, per l'Asia,
il profondo odio per il vecchio mondo che aveva spinto generazioni dell'America fuori di se stesse,
e per il mondo altro, il mondo nuovo intorno a lui, che avrebbe potuto essere il Paradiso
ma che era già davanti ai suoi occhi regredito in un olocausto di Indiani, alberi e distese verdi brucianti,
ridotto alla sua proprietà reale, i suoi progetti di sfruttamento e deserti utili,

questo spettro che in principio Adams e Jefferson temevano e che sapevano avrebbe corrotto lo stesso corpo della nazione
e tutto il nostro senso di una comune umanità,
questa bile nera di vecchi mali sollevati di nuovo,
riprende la vanità di Johnson;
e lo stesso scintillio degli occhi di Satana dal pozzo dell'inferno
dei crimini misconosciuti e impenitenti dell'America che ho visto negli occhi di Goldwater
adesso splende dagli occhi del Presidente
nella testa rigonfia della nazione.

Nota su Duncan

Edward Symmes nasce nel 1919 a Oakland, California, e, appena nato viene dato in affidamento a una famiglia di Bakersfield dedita a pratiche occultistiche riconducibili alla Hermetic Brotherhood rosacruciana. Il giovane cresce in un'atmosfera ricca di stimoli magici e misterici, in particolare fa presa su di lui il mito dell'età d'oro atlantidea, di cui l'imminente crisi della civiltà americana contemporanea annuncerebbe in qualche modo il ritorno.
Negli anni trenta, Edward è obiettore a Berkeley, collabora ad alcune riviste universitarie ed è nel pieno della sua ricerca poetica, che si protrarrà senza interruzioni per circa 50 anni. Nel '39 è a New York, sulle tracce di un tempestoso amore omosessuale e frequenta i circoli bohèmien della città. Conosce A. Nin, H. Miller, S. Russell e legge i surrealisti, T. S. Eliot, E. Pound e D. H. Lawrence. In memoria del re assassinato del Macbeth, trasforma il suo nome da Edward Symmes in Robert Duncan nel 1942. Nei tardi anni '40 è a Berkeley, dove insieme a J. Spicer, R. Blaser e K. Rexroth si fa promotore di un vivace circolo poetico, che inaugurerà la nuova scena letteraria degli anni '50, da alcuni definita "San Francisco Renaissance".
Tra le prime opere scritte e pubblicate: The Years as Catches: First Poems, 1939-1946 (pubbl. 1966), Heavenly City, Earthly City (1947), Medieval Scenes (1950), e Caesar's Gate: Poems 1949-1950 (1955). Il poemetto The Venice Poem, pubblicato nel 1975, è la prima esemplificazione della forma seriale, modulare e "proiettiva", che Duncan adotterà nel corso degli anni a venire nelle sue raccolte maggiori.
Negli anni '50, Duncan insegna poetica al Black Mountain College, dove conosce alcuni tra i maggiori esponenti della nuova scena "postmoderna" degli anni '50 (Robert Creeley e Charles Olson tra gli altri). In seguito, si stabilisce in California col compagno J. Collins, col quale stabilsice un'intensa collaborazione anche sul piano creativo. Al 1959 risale il rpimo esperimento duncaniano col teatro surrealista e dell'assurdo: Faust Foutu: An Entertainement in Four Parts.
Il decennio successivo vedrà uscire tre capolavori che consolideranno la fama di Duncan definitivamente: The Opening of the Field (1960), Roots and Branches (1964) e Bending the Bow (1968). Quest'ultima raccolta, che include il poema seriale "Passages", inaugura la svolta politica di Duncan, che denuncia attraverso la poesia gli orrori della guerra in Vietnam e della tecnocrazia americana. I saggi di poetica di questo periodo sono raccolti in Fictive Certainties (1985). Per protestare contro la manipolazione della sua poesia a scopi commerciali, Duncan annuncia nei primi anni '70 che non pubblicherà più per quindici anni ed effettivamente ritornerà alla pubblicazione solo nel 1984, con Ground Work I: Before the War e nel 1988 con Ground Work II: In the Dark.
Nello stesso anno, Duncan si spegne circondato dall'affetto del suo amato Jess e dei giovani che riconoscono in lui un riferimento essenziale. Lascia incompiuto il romance of forms al quale aveva lavorato da circa un ventennio, "The H.D. Book".

VOCE
a Neda Agha-Soltani, martire d’Iran

Il 20 giugno in viale Kargar
la studentessa di filosofia assomiglia
a una foglia
è leggera dietro il sangue
che gronda su Teheran
la gente è una foresta in una piazza
le cui radici fanno ondeggiare il suolo
il cecchino Basij è nascosto sul tetto
come un orso vigliacco
spara il proiettile
mira al cuore della foglia
e subito il sangue trabocca
passa la linfa, fuoriesce,
macchia la faccia della strada
il sangue si apre come il Mar Rosso
e passa un popolo.
La studentessa di filosofia porta un nome
che in persiano significa
voce
voce nei mercati, nei cortili, nelle strade
voce nei monti, negli abissi, nelle stelle
voce che fa male al cuore quando respiri
o sogni di schiodare il cielo dalla terra
o la folla dall’aguzzino che vuole esserle
padre vendicatore
voce nelle notti islamiche
voce nelle crociate occidentali
voce di fuoco e di sorgente
voce che schiaccia le pietre
nell’assalto alle vipere dell’odio
voce che cammina fra gli uomini
voce ora distesa
nel nulla che sovrasta il mondo
voce del corpo in cui non tornerà
più a esserci una voce.


(Andrea Pomella – Luglio 2009)

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