sabato 12 dicembre 2009

HAWAD Poesia e pensiero nomade




Attraversando il crepuscolo

Tra la notte e la luna,
passano gli uomini aghi
che l’insonnia ricuce.
Tra la notte e le tombe,
camminano gli uomini.
Tra la luna e l’ombra della palma,
passano gli uomini della penombra, sogno,
uomini che portano a spalla un fucile
e la rete delle strade e dei canti,
uomini rami del loro sogno,
uomini che calzano i ciottoli,
uomini che risalgono la notte
sul campo della notte,
uomini miscuglio di barba e rivolta,
braccia d’uomini,
passano e seminano aurore,
fruste che fustigano i giorni.
O uomini resistenti
Che attraversano il crepuscolo!
Uomini,
ormai siete braccia dell’aurora
e albero del giorno.
Uomini
Non dimenticate le donne,
radici e cime del giorno.

Animale da torchio,
tendiamo la corda della resistenza
tra i deserti e le montagne
sulle reni e le vertebre
di dune e ciottoli.

Mi chiedi cosa ne è del pozzo?
il pozzo è il nostro sguardo abisso.
Maledette tutte le città e le prigioni
che sbarreranno la strada
alle nostre grida di assalto,
slancio di felini
che spiccano il volo-fulmine.

Tu, l’ingegnere di non so quale imbroglio,
ora ti conosco!
Sei tu il cervello senz’anima
Dei computer della banca mondiale.
Vedo anche te
il suo doppio, il suo complice,
la chiave delle casseforti del FMI.
O voi che avete speculato sull’esclusione
dei miei scheletri vivi di fratelli
smembrati e gettati dalle spalatrici
come un mucchio d’ossa sulle discariche,
a colpi di decreti annunciati alle folle
di Stati bananieri e dei loro capi cannibali
che li osservano con l’acquolina in bocca,
sì, voi, non vi preoccupate.
Ci berrete,
noi, il cancro e il suo aids assetato,
nella tempesta di sabbia
e nelle ceneri delle nostre terre
che non temono gli uragani della borsa.
Ehi tu, l’ex-maestro coloniale tramutato in conquistador,
e tu l’ex legionario, e tu l’ex prete
della pacificazione castrazione dei nostri,
e tu l’ex-ruffiano riformato per essere Gestapo,
tutta un’epoca di ex-sessi gonfiabili,
vi taglieremo i popliti e i nervi
della virilità.
Che tu sia maledetto, fratello nostro,
tu, l’orecchio-gola di pappagallo
ridotto a essere mercenario.
Sì, è a te che parlo,
apprendista cuoco di tutte le salse bollite
dove si consumano a fuoco lento i tendini duri di tua madre,
tu, domani, ancor prima che il pestello dell’aurora
abbia triturato la notte perché nasca il giorno,
noi ti metteremo una ventosa sul cranio
e ti faremo sposare il cadavere furioso
di un’adolescente ribelle.

E voi laggiù,
al mercato di Timbuctù, d’Agadez,
di Ghat, di Tamanrasset,
sugli stracci dell’esotismo
e i pezzi di filo spinato degli Stati spretati,
dal concerto dei razzi e delle mitragliatrici,
noi vi faremo ballare il nuovo tango alla moda,
il tango di tutti gli ombelichi vorticosi,
la marcia dei combattenti che si dondolano e vacillano
e cadono e si rialzano
e s’inginocchiano per balzare di nuovo,
e, come fionda, roteare,
gridare, tendersi e rialzarsi,
schizzi di sangue e bava fusa di proiettili,
rame e bronzo in fusione che seminano il lutto,
opera dei vostri tecnici.
Notte e crepuscolo,
mezzogiorno e aurora,
o palpiti esitanti,
lampeggiare epilettico del giorno morente
come un uccello nelle nostre mani,
oh deserto,
da tutti gli angoli della tua vista, tu ci conosci
e noi abbiamo bevuto la luce del tuo sguardo
fino a inghiottire il proiettore delle tue pupille.
O sole, dà vita alle nostre madri combattenti
Che s’impennano ululando, frenesia,
e spezzano il recinto del loro ventre, fardello piegato
dalla carestia, la sete e la sterilità,
per calpestare il pomo d’Adamo della morte.

Sotto il volo dei rapaci,
le madri, le nostre madri, cavalli delle dune,
s’impennano sul dorso scivoloso del caos.
Oh, madri ribelli,
le nostre madri, pilastri
sotto la tempesta degli avvoltoi,
braccia delle nostre madri tese verso il cielo
che prolungano il nostro assalto.
Lode alle madri,
le nostre madri con le mani nude,
armate del cordone ombelicale degli aborti,
i nostri fratelli effimeri
che dissuadono il cielo di abbattersi sul vento.
Vento gemito delle vette
anche tu sei diventato noi.
Vedi come prendiamo le armi
non solo dagli artigli dell’avversario
ma anche dalle braccia dei nostri fratelli precoci
che non sono potuti maturare nove mesi
ma che già, con il loro vigore,
arrosto ovale di cannone,
hanno lacerato la cavità del ventre delle loro madri.
Corde e cinture dei nostri resistenti,
pergamena ruvida, prole delle madri,
o figli, che non avete potuto rifugiarvi
nel seno delle vostre madri
e nemmeno nel ventre della terra,
assimilati dai mitragliatori di Parigi.

Compagno, eco dei nostri gemiti,
se domani quelli della BBC ti domandassero
chi arma la resistenza del sud della barberìa,
urla nel lobo delle loro orecchie:
- sono gli amministratori del FMI
e della banca di Francia
soprattutto quando ci costringono a mangiare
il cadavere dei vecchi e dei bambini,
dei genitori e dei fratelli.

Per la santità,
cervello e sterco della mia asina,
giuro a te, fratello mio,
triste gufo solitario, compagno,
ti giuro che ci restano ancora
le mammelle di fuoco della parola
per nutrire la resistenza
delle cause del mondo
già perse.

Non accetterò nessuna profezia,
nessuna luce, tenebre o grigiore,
soltanto lo guardo rosso e feroce
d’un resistente esausto
che continua a proiettare il suo veleno
sullo sguardo dei vostri dei.

Una resistenza dalla voce velata
è una bomba atomica.
La offro a tutti coloro
che desiderano frantumare il cervello
dei loro dei.

I nostri cadaveri, che han ricevuto più volte il colpo di grazia,
i nostri cadaveri che a causa del diktat
dei carri armati e dei decreti
non sono stati resi
al ventre della terra,
i nostri cadaveri sono esplosivi
e li lascio a tutti gli esclusi
dall’eredità delle banche
di questo mondo.
I nostri cadaveri sono esplosivi.
Per ogni popolo assassinato sulla sua terra,
non ci sono armi più sicure
del divieto di rendere i suoi martiri
al ventre della terra.
Tutti gli altri bagagli della resistenza,
sono i voli degli avvoltoi
che li distribuiscono nel vento
come l’allergia epilettica e contagiosa
della violenza.

Voi, brava gente,
immaginate tutto un popolo,
un popolo per il quale i suoi fantasmi,
come formiche,
lavorano notte e giorno.





[tradotto dal tuareg (tamajaght)in francese dall'autore e da Hélène Claudot-Hawad e dal francese in italiano da Angela Biancofiore]

** ** **


Io vago errante

Io vago errante, io sono folle, nudo,
elegante, faccio smorfie, sorridente
dietro la polvere della carovana
che risale dal deserto verso l’oasi
dove sgorgano le sorgenti dell’Unità.

O mie cavalcature
nate il mio stesso giorno,
io ho lasciato le provviste per il viaggio
a quelli che non sanno fare a meno
del latte della loro madre.

La mia ombra si moltiplica
nello specchio dei miraggi.
Sete.
Mi sfiora il volteggio
delle aquile dell’ultimo respiro.
Il sole calante arrossa
i miei orizzonti.
Sangue.

Io non ho paura della morte,
non ammiro affatto la vita.
Niente mi turba, tranne queste piccole farfalle
svanite sulla loro rosa d’amore.

Non c’è per me altro punto d’arrivo
che la stella della mia follia.
Quando il velo della fatica mi avvolgerà
io cadrò sulla sabbia,
granello tra i granelli.
Come guanciale
la mia mano che rivela
i sogni di prima ch’io esistessi.
Come compagno
il silenzio in cui trova riparo
il respiro di ogni creatura.

Di scritti e di parole
io non conosco l’ombra,
perché mia madre non m’ha insegnato altro
che interpretare l’incresparsi della sabbia
dove scompaiono la tracce di ogni vita.

Un tetto io non ce l’ho
per poterlo rimpiangere.
La tenda della realtà
si trova oltre il bivacco delle stelle
che corrono verso altre vie lattee.
Il giorno in cui tremerà la terra
chi si trova abbandonato al suolo
si rialzerà.

Quando il mio corpo cadrà sfinito
seppellitelo laggiù, sotto la duna,
il midollo farà da humus.
La mia anima partirà gridando come un cammello
verso gli oceani
di cui nessuno custodisce gli accessi.



Da: Hawad, “Carovana della sete”, Ignazio Maria Gallino Editore, Milano 2001

** ** **

Al figlio del nomade


Calza i tuoi sandali
e cammina sulla sabbia
che nessuno schiavo ha mai calpestato.
Sveglia la tua anima
e bevi alle sorgenti
che nessuna farfalla ha mai sfiorato.
Dispiega i tuoi pensieri
verso le vie lattee
che nessun folle ha osato sognare.
Respira il profumo dei fiori
che nessuna ape ha mai corteggiato.
Allontanati dalle scuole e dai dogmi:
i misteri del silenzio
che il vento rileva alle tue orecchie
ti bastano.
Allontanati dai mercati e dalla gente
ed immagina la fiera delle stelle
dove Orione allunga la sua spada,
dove sorridono le Pleiadi
intorno alla fiamme della Luna,
dove neppure un fenicio ha lasciato le sue tracce.
Pianta la tua tenda negli orizzonti
dove nessuno struzzo ha pensato di celare le sue uova.
Se tu vuoi risvegliarti libero
come un falco che plana nei cieli,
l’esistenza ed il nulla sospesi
alle sue ali,
la vita, la morte.



Da: Hawad, “Carovana della sete”, Ignazio Maria Gallino Editore, Milano 2001




Biografia

Scrittore e pittore tuareg, nato nel 1950 in una famiglia nomade a nord di Agadez, in un accampamento della tribù Ikaskazen, appartenente alla confederazione dei Kel Aïr (l’Aïr è un massiccio montuoso situato al nord ovest dell'attuale Niger). Sua madre e sua zia lo allevarono secondo la tradizione Tuareg che egli distingue scrupolosamente dall'educazione islamica per la quale nutrirà un odio profondo per tutta la sua infanzia. Definisce l'educazione tuareg non solo come l'apprendimento della vita nel deserto, della transumanza, della conoscenza e classificazione delle specie (vegetali e animali), ma anche come l'apprendimento di una cultura trasmessa attraverso cicli di racconti molto elaborati -cinque cicli in tutto, di cui l'ultimo tiene insieme il tutto.

Impara il dominio sulla parola accompagnando suo nonno alle riunioni politiche (chiamate "asagawar") e partecipa con sua madre e lo zio materno agli "ahal" le veglie che sono allo stesso tempo scuole di teatro, filosofia e poesia (certami poetici, educazione all'amore cortese come si fa ancora in occitania)

Il pensiero nomade
Hawad definisce in questo modo la cultura nomade di cui è erede: "Per il nomade, il pensiero esiste solo quando è in marcia o quando canta; tutto ciò che nomade deve essere cantato o in cammino per essere veramente tale".
Questo pensiero si fonda dunque su supporti mobili - lo spazio, il corpo, l'architettura - e si oppone ai pensieri rigidi in quanto necessita del movimento per definirsi. Così, come si vedrà in seguito, è proprio attraverso il nomadismo che si esprime il vero pensiero tuareg.
Negli accampamenti, durante le veglie, la notte si passa a descrivere degli oggetti o degli animali; ad esempio una gazzella o un cammello. Ciascuno si lancia in una descrizione, così che alla fine si ha l'impressione che le parole siano state esaurite.

Oltre a due romanzi, Hawad ha pubblicato una quindicina di opere poetiche.

Scrittore e pittore tuareg, nato nel 1950 in una famiglia nomade a nord di Agadez, in un accampamento della tribù Ikaskazen, appartenente alla confederazione dei Kel Aïr (l’Aïr è un massiccio montuoso situato al nord ovest dell'attuale Niger). Sua madre e sua zia lo allevarono secondo la tradizione Tuareg che egli distingue scrupolosamente dall'educazione islamica per la quale nutrirà un odio profondo per tutta la sua infanzia. Definisce l'educazione tuareg non solo come l'apprendimento della vita nel deserto, della transumanza, della conoscenza e classificazione delle specie (vegetali e animali), ma anche come l'apprendimento di una cultura trasmessa attraverso cicli di racconti molto elaborati -cinque cicli in tutto, di cui l'ultimo tiene insieme il tutto.

Impara il dominio sulla parola accompagnando suo nonno alle riunioni politiche (chiamate "asagawar") e partecipa con sua madre e lo zio materno agli "ahal" le veglie che sono allo stesso tempo scuole di teatro, filosofia e poesia (certami poetici, educazione all'amore cortese come si fa ancora in occitania)

Il pensiero nomade

Hawad definisce in questo modo la cultura nomade di cui è erede: "Per il nomade, il pensiero esiste solo quando è in marcia o quando canta; tutto ciò che nomade deve essere cantato o in cammino per essere veramente tale".

Questo pensiero si fonda dunque su supporti mobili - lo spazio, il corpo, l'architettura - e si oppone ai pensieri rigidi in quanto necessita del movimento per definirsi. Così, come si vedrà in seguito, è proprio attraverso il nomadismo che si esprime il vero pensiero tuareg.

Negli accampamenti, durante le veglie, la notte si passa a descrivere degli oggetti o degli animali; ad esempio una gazzella o un cammello. Ciascuno si lancia in una descrizione, così che alla fine si ha l'impressione che le parole siano state esaurite.

mercoledì 28 ottobre 2009

Tony Harrison uno dei miei poeti preferiti

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Eredità

Come sei diventato poeta è un mistero
Dove cavolo hai preso il tuo talento?
Dico: avevo due zii, Jack e Harry –
uno era muto, l’altro balbuziente.

*** *** ***


Clessidra

L’oro resiste a una fiamma abbastanza calda
per far di te cenere nell’urna standardizzata.
Una busta di tela ruvida, ufficiale,
contiene la tua fede, che non è bruciata.
Papà mi raccomandò di dirgli al St. James
Che l’anello doveva andare nell’inceneritore.
Gli assicurava che si sarebbero rivisti, “dopo”,
quell’”eterno” scritto accanto al loro nome.
Firmai come figlio per il pacco degli indumenti,
impermeabile, vestito, mutande, reggiseno
– l’incaricato telefonò giù: 6-8-8-3-1?
Ha ancora l’anello? (breve pausa) Bene!
Ora è sulla mia mano, il tuo anello brunito…
Sento le tue ceneri, testa, seni, utero, braccia,
scorrere lente attraverso quel cerchio, come nella clessidra
che mi lasciavi guardare per cronometrare le uova.

** ** **

Interurbana

II

Per quanto mia madre fosse morta da due anni
papà teneva le sue pantofole a scaldare sul fornello,
metteva dalla sua parte del letto la boule
e le rinnovava la tessera dell’autobus.
Non potevi fargli un’improvvisata, dovevi avvertire.
Si prendeva un’ora per avere il tempo
di togliere d’attorno le cose di lei e sembrare solo
come se il suo amore acerbo fosse un delitto.
Non poteva rischiare lo scontro con la mia incredulità,
per quanto certo di sentire da un momento all’altro la chiave
girare nella toppa arrugginita e liberarlo dal dolore.
Sapeva che lei era solo uscita un attimo a comprare il tè.
Per me la vita finisce con la morte, e basta.
Non siete usciti a fare la spesa tutti e due;
però nel nuovo taccuino di pelle nera c’è il tuo nome
e il numero staccato che ancora chiamo.


(da: Tony Harrison, "V e altre poesie", Einaudi)

Traduzione: Massimo Bacigalupo

** ** **
Sotto l'orologio
Sotto l’orologio Dyson a Lower Briggate
si davano appuntamento i miei genitori da fidanzati.
C’era un Padre Tempo e Tempus Fugit
che sporgevano di lato sulla strada
sulle vetrine con sbarre piene di anelli matrimoniali,
insieme ai nomi si incideva ‘per sempre’,
come quella di papà che sentivo quando ci tenevamo per mano,
o quella al dito della mamma che si sgretolava nelle fiamme della cremazione.

Oggi di nuovo sul Briggate mi sono fermato e ho visto
le lancette rosse su XII e V Romani
quegli amanti non si incontreranno mai più lì sotto,
felice di incurvarmi Padre Tempo e sopravvivo.
Vedo la falce, la clessidra, le ali,
il latino che mi chiedevi con orgoglio di tradurre
e penso alle scatoline con i vostri anelli,
sotto l’orologio per continuare i nostri appuntamenti.

** ** **

Il mangiafuoco

Mio padre parlava come quei maghi che avevo visto
cavare sciarpe, bandiere, fazzoletti di seta,
dalla bocca: rosso, blù, verde...
i colori eran tanti che mi avrebbero soffocato.

Suo fratello maggiore aveva una balbuzie tremenda.
Papà concludeva le frasi con “ma...”.
Roba più grezza della seta: estraevano grammatica
Che gli s’era tutta aggrovigliata nella pancia.

Le loro esibizioni io mi sforzo di ripeterle.
Sono il pagliaccio mandato a svuotare la pista.
Le loro lingue di fuoco devo ingoiarle
per risputarle annodate, in un’unica miccia
che dà fuoco a lunghi silenzi, e risale indietro
fino a Adamo che inciampa nei nomi del Genesi,
e per quanto le mie corde vocali finiscano bruciate,
ci sarà un canto costante dalle fiamme.

Da: Tony Harrison, In coda per Caronte, Einaudi, 2003.

Traduzione: Massimo Bacigalupo

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Ana Hatherly - “Le tisane sono meditazioni poetiche sulla scrittura come pittura e filtro della vita.”


Tisane. 18

C’era una volta una città abitata da parole in cui ciascuna viveva in casa propria con le porte chiuse ma si facevano costantemente visita o uscivano in strada e passeggiando incrociavano le altre parole e si salutavano ma con la crescita progressiva della città le parole quando uscivano in strada cominciavano ad urtarsi tra loro e urtandosi si ritiravano incollerite e tornavano a casa ma non tornavano più come erano uscite e dentro casa crescevano per effetto di una collera tardiva e ricordando sempre le altre parole incominciavano a crescere dentro le loro case e alla successiva uscita in strada erano ormai trasformate e quando incontravano di nuovo altre parole accadeva sempre la stessa cosa e ritornavano a casa e continuavano a crescere e sempre in direzioni diverse e crescevano tanto da non riuscire più a chiudere le porte e nuove braccia aprivano le finestre e la collera si arrampicava sulle pareti e incominciavano a scavare il soffitto e legate al piano superiore si intrecciavano alla parola dell’altro appartamento che anch’essa incollerita raggiungeva ormai il tetto e saliva lungo l’antenna della televisione e gridava incollerita contro le parole degli altri palazzi che già si innalzavano nel cielo e l’intera città gridava e non c’era più spazio perché le parole crescessero se non avviluppate le une alle altre e lo loro grida si confondevano e le parole erano tutte unite e gridavano tutte allo stesso tempo così che in lontananza era un solo enorme grido che più in lontananza si trasformava in sussurro e ancora più in lontananza non si sentiva nulla.

Traduzione: Adelina Aletti

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Tisane. 268

C’era stata una rivoluzione. Sul viadotto le lettere erano uscite dai libri e lanciandosi con ardore sulla città l’acqua spariva. Non potendo più distinguere tra il fiume e la strada le lettere avevano invaso di nuovo la città ed erano tante che la terra saltava
e allora si comprese che si trattava di un lettermoto e le persone spaventate volevano fuggire per i campi ma sulle autostrade tante erano le lettere che più nessuno riusciva a sapere dove andavano o dove mutava la direzione e confondendosi alle persone si seppellivano nell’inchiostro cercando disperatamente di ricordarsi.


Traduzione: Giancarlo Cavallo

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Tisane. 84

C’era una volta una creatura che ogni volta che parlava le parole non scomparivano. Le camminavano proprio davanti o rimanevano lì e non scomparivano. Quando lei rincasava le parole lì stavano. Sull’uscio di casa delle altre creature tutti i giorni al mattino le parole riempivano i bidoni sino all'orlo e talune rotolavano persino a terra mentre in casa di quella creatura le parole non morivano. Riempivano tutta la casa e pure l’aria aveva parole intere. Allora un giorno la creatura comprese che facile è la sincerità e quando qualcuno dice che gli piacerebbe ritirarsi dentro un’arancia per dormire in verità un acino d’uva sarebbe sufficiente.

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Tisane. 124

Esistono persone alle quali certe parole degli altri fanno morire le proprie in gola. Non potendo parlare si siedono al di qua del mare e guardano l’altra riva non potendovi essere sebbene lo possano. Ecco come i posseduti da realtà violente non possono sedersi a tavola e discorrere semplicemente cosa che sarebbe già immensa ed eccezionale.

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Tisane. 137
Seduto sulla soglia di casa un filologo meditava sulla evoluzione delle parole. Di fronte c’era un burrone. Certi anni dentro vi cadeva una parola. Allora il filologo ritirava la rete e ricuperava la parola caduta. Non so se questo fosse dovuto alla difficoltà estrema del ricupero o alla solitudine estrema del suo lavoro.

Traduzione: Adelina Aletti

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BIOGRAFIA

Ana Hatherly è nata a Porto nel 1929. È elemento fondatore e irradiante di quel movimento sperimentalista che in Portogallo e altrove, a partire dagli anni sessanta, ha assunto il momento sperimentale come una sorta di principio stilistico. Esso tentò di riportare la comunicazione poetica fuori dai consueti limiti della pagina stampata e dai consueti schemi di organizzazione metrica e grammaticale.
Autrice di una vasta opera poetica, visiva e saggistica, studiosa del Barocco, attualmente insegna letteratura portoghese all’Universidade Nova di Lisbona.
Ana Hatherly è stata una delle testimoni più impegnate del periodo che ha preceduto e che ha vissuto la “rivoluzione dei garofani” del 1974. Attraverso un lavoro di sperimentazione (come poetessa, artista visiva, scrittrice e regista) ha tradotto gli eventi che viveva con grande inventiva. Forma creativa e processo storico sono stati sempre incastrati in una avventurosa narrazione estetica, che l’ha resa famosa per la sua vena sperimentale e neomodernista. Tra i suoi lavori più importanti degli anni ’70 ci sono le raccolte di poesia "Poemas de critica e de rivolta", e i film in 16 mm. "Spaghetti time" (1973), "C.S.S." (1974) e "Revolução" (1975). Ana ha partecipato a moltissime mostre tra le quali “Alternativa 0” del 1974 (evento che sancì la nascita dell’arte contemporanea portoghese) fino all’ultima, realizzata per il venticinquennale del 25 aprile 1974: Mulheres e Revolução al Museo della resistenza di Lisbona.
L’ultimo lavoro della Hatherly è una straordinaria raccolta di “Tisane” scritte negli ultimi trent’anni. Alcune di esse erano state tradotte in italiano per Gli abbracci feriti - Poetesse portoghesi di oggi - a cura di Adelina Aletti, Feltrinelli, nel 1980. Altre erano apparse su “Linea d'Ombra” n. 53, sempre a cura di Adelina Aletti.
Nel 1994 la casa editrice Colpo di fulmine di Verona ha pubblicato 77 “tisane”.
Le Tisane, insieme alle “mappe dell’immaginario” sono il nucleo della sua lettura a Napoli della Hatherly.
“Le tisane sono meditazioni poetiche sulla scrittura come pittura e filtro della vita.”
Ha preso parte nel 1999 a "Napolipoesia. Incontri internazionali di poesia".

Tratto da Casadellapoesia.org

martedì 27 ottobre 2009



STELLA D'OCCIDENTE

"Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo". P.P.P.

La notte ha un unico nome

di Andrea Pomella

Questa notte, complice un attacco di insonnia, ho pensato al rapporto che lega l’uomo al buio. Il motivo è stato il bosco di pensieri che mi ha affollato la mente impedendomi di dormire, immagini veloci che scalpitavano attingendo alle paure più profonde e ancestrali, ai ricordi di bambino, fino ai timori del presente e alle proiezioni del futuro. La notte, soprattutto se è complice una pioggia battente che ti fa sentire in bilico sul nulla, è uno spazio assurdo nel tempo, è la negazione stessa del mondo. Molte persone si sentono a loro agio nella notte, i poeti si dice riescano a scrivere meglio di notte, quelli come Hassan Teleb addirittura si illuminano “con quello che non dà lume”, i musicisti conoscono la notte meglio del giorno perché – questo si sa – nel silenzio le note risuonano più splendenti, e chi fa dell’amore la propria confessione trova nella notte la complicità dei sussurri più innominabili. Io, da parte mia, ho un rapporto pessimo con la notte. Quando mi capita di aprire gli occhi per non richiuderli più fino al mattino, finisco per sostare per ore, come un cane selvaggio dallo sguardo stravolto, sul limitare di questa terra di nessuno. La mia mente si rovescia come una rete che rilascia il pescato, mi mostra il suo aspetto più misterioso, la materia che la compone diventa indomabile e tutto quello che riesco a fare è starmene lì a soffrire di una specie di febbre infantile che rende angosciose tutte le cose del mondo, anche i pensieri più innocui. Così, quando si schiudono su di me quelle ali nere, mi cerco un nascondiglio, come una preda che già sente l’odore del proprio sangue nell’orlo degli occhi, o come un marinaio che si appresta ad affrontare una tempesta in mare aperto. Una bella frase di Elias Canetti dice: “I giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico nome”. Forse sono semplicemente programmato per sognare, e l’oppressione di una notte insonne per me non è altro che il segnale di un’alterazione intervenuta nella mia natura. O forse i miei pensieri sono come pianeti, nel buio si mettono a ruotare in cerca della loro orbita, mentre di giorno giacciono in eterno, contrari alle leggi dell’universo.

.

Hassan Teleb, ILLUMINAZIONE BUIA

Le lingue si illuminano con l’inchiostro
Dell’infanzia
Nell’epoca della scrittura
Sui fogli scorrono i loro segreti
Poi le vocali li annegano
Nella loro morbidezza

I mari si illuminano
Con i loro fondi
Le anime con i desideri
Con i loro contrari si illuminano le verità

Le creature con gli organi
I monti con la formazione

La cosa non crede alla cosa
Nella ignoranza della nuova era
Glaciale
Ma la resurrezione della luce
Restituisce la fede ai miscredenti
Così la vita ritiene la sua fede

La natura si illumina costretta
Dalla continua casualità
Della violazione delle sue norme!

Ed io
Mi illumino con quello che non dà lume:
Con l’indice della morte
Con la peluria selvaggia sulle ascelle della ragazza
Nella nerezza dei raggi…

Mi assedia
Dai sei punti cardinali dell’amore!
O con la passione che si esaurisce
Prima di continuare!

Mi illumino con quello che non dà lume

sabato 24 ottobre 2009

Scrivere quando? di Andrea Pomella su Stella d'Occidente


Chiunque abbia praticato, anche solo una volta in vita sua, l’arte della scrittura conoscerà senz’altro quella sensazione che prende il cuore quando la storia comincia dal nero e lentamente, come nei vecchi televisori a valvole, si dilata, e il puntino luminoso che era in origine diventa sempre più grande, fino ad illuminare completamente lo schermo. Scrivere è come aprire la finestra in un giorno di sole e sentire l’odore di lenzuola fresche asciugate dal vento del mattino. Imbocchi una strada senza rumore (perché il rumore non fa parte della scrittura), ti avvii placidamente in quel viale ombroso tra le cortecce grigie dei platani, e scopri dietro ogni curva un paesaggio diverso e sorprendente. In Una storia di amore e di tenebra, Amos Oz descrive l’atto della creazione narrativa come una lunga sequenza di scelte che l’autore deve incessantemente operare. Scrivere in sostanza – secondo lui – non sarebbe altro che prendere un’infinita serie di decisioni, decisioni che riguardano la preferenza di un aggettivo, la selezione di un nome per un personaggio o per una città, un destino, una ripetizione, una lingua, un titolo, un a capo, e così via. Compiere la scelta di essere narratore equivale ad esercitarsi nella difficile arte della responsabilità, significa incoraggiare se stessi a mettersi continuamente nei panni di un altro, secondo un principio che è proprio di ogni etica sociale, sia essa laica che confessionale. E in questo senso credo che ogni bambino dovrebbe essere incoraggiato alla pratica dell’invenzione, a concepire delle storie, ad assumersi la responsabilità di decidere della sorte di un personaggio d’immaginazione e a confrontarsi con situazioni astratte. Questo non significa allevare in maniera coercitiva generazioni di piccoli scrittori in erba, significa piuttosto insegnare loro ad assolvere i piccoli e grandi doveri della vita. Scrivi quando? – è la domanda che a sua volta si pone Francisco José Viegas nella poesia che segue. La mia risposta è: sempre. Per scrivere infatti non serve un foglio di carta o un computer, una pagina non sarà mai grande abbastanza per contenere l’universo che inonda la memoria. L’oceano che si muove dentro la testa di uno scrittore è incessante, e lo scrittore cammina ai suoi bordi, in solitudine, e ogni momento in cui si ferma dalle colonne alte ad osservarlo, ecco che si leva il suo grido di bruma. Scrivere è stare lì ogni momento della vita a ripararsi dalle onde doppie.

Francisco José Viegas, SCRIVI QUANDO?…

Scrivi quando? Fai molte volte questa domanda in mezzo alle osservazioni casuali, ma tu sai la risposta. Aspetti che venga una nuvola o che ti sveglino gli animali in mezzo alla notte.

Tremi, per così poco pericolo. La morte lentamente si posa sulle tue spalle, come un sospetto. Soffri molto, due giorni di pioggia ti ricordano il passare del tempo, la dolcezza delle cose, dolce

veleno, quello dell’oblio. Tante volte lo cerchi, in tanti modi, non ti fai conto di nessuno. Solo, solo nel mondo, inventariando i segreti,

solo in questa voce, solitario sulla pagina di un libro, nessuno ti visita o chiama nel tuo sogno, a nessuno appartieni, a nessuna vita che verrà.

C'è una lngua che dorme in noi di Marco Ribani



C’è una lingua che dorme in noi. Se ne sta lì addormentata e sorniona in attesa di venire alla luce.
Non so se esistono regole e casistiche che regolano il parto. Per questo parlerò soltanto della mia esperienza.

Tutto è iniziato con la morte di mia madre.
Il rapporto con lei è stato per me problematico fino alla fine. E ancora adesso esiste un contenzioso affettivo non risolto.
Quasi per caso mi sono però reso conto che quando i ricordi di lei erano segnati da sentimenti negativi, era in italiano che la pensavo. Mentre quando emergevano sentimenti di tenerezza e compassione era in dialetto che la ricordavo.
Come mai? Cos’era e da dove veniva questa alchimia misteriosa? Una lingua non è soltanto una strumentazione di lemmi, di regole e di fonemi, è anche sguardo e insieme filtro sul mondo percepito, essendo questo è quindi anche pensiero.
Apertasi un varco, questa lingua interiore, accantonata a suo tempo, perchè inservibile e perchè simbolo della lingua dei poveri e degli ignoranti, mi ha costretto a prendere atto che esistevano in me due modi di percepire e di sintetizzare il mondo, che questa seconda lingua negata rappresentava un tipo psicologico a me sconosciuto che mi chiedeva di nascere ed emergere.

Mia madre aveva quindici anni quando mi ha avuto ed era una bambina non solo fisicamente. Per me e mia sorella è stata sempre una madre bambina, testarda e capricciosa, pateticamente propensa al ricatto affettivo. Ci siamo trovati spesso a esserle padre e madre. Così l’altro giorno questa mia nuova coscienza dialettale mi ha detto: “Però sei testardo anche tu. Se è in dialetto che riesci a parlarle, parla in dialetto” Poi, diabolicamente, dopo una breve pausa ha aggiunto: “ E se non riesci a parlarle come figlio, parlale come padre, visto che di questo hai già fatto esperienza”
Dunque, accettando la richiesta della coscienza dialettale le ho parlato con la voce del padre. Sono caduto nella trappola. Il padre di mia madre, Armando, è la figura mito, largamente condivisa, della nostra famiglia. Per di più pare che io gli somigli maledettamente, non solo fisicamente, ma anche per la visione del mondo, spontaneamente anarchica e disincantata.

Mi trovo a vedere il mondo con lo sguardo del padre di mia madre e a scrivere nella sua lingua. Tutto questo mentre l’altra lingua nazionale con la sua brava coscienza nazionale non ha nessuna intenzione di arretrare e quindi vivo una sorta di feconda schizofrenia. Ma scrivendo con la voce di mio nonno mi è difficile non essere in una certa misura mio nonno. Lui era un uomo diverso da tutti gli altri che ho conosciuto. In particolare per una qualità che ho poi scoperto essere rara: era un uomo capace di tenerezza. Una scombiccherata tenerezza che lo portava a tenere in tasca per tutto il giorno una pasta avvoltolata in un tovagliolo da presentare alla sera sotto forma di poltiglia agli amati nipoti. Una tenerezza che mi aveva iniziato all’avventura tramite i viaggi sulla canna della sua bicicletta. Una tenerezza di sguardi e piccoli gesti. Quindi per me, il dialetto come lingua della Tenerezza.

Mia madre rifiutava il dialetto, parlava un italiano semplice e corretto come le richiedevano le famiglie che l’assumevano come governante a ore.

Mia madre quando perdeva la pazienza, perdeva anche la misura e menava a più non posso.

Mio nonno non ha mai alzato una mano su qualcuno e una volta ha fatto una settimana di galera per aver sputato in faccia ad un ufficiale giudiziario che gli stava sequestrando i mobili di casa.

Quindi per me il dialetto come lingua della tenerezza, della non violenza, dell’indignazione.

Mio nonno è stato anche un grande amatore, ha amato molte donne fino a tarda età. Pur essendo nato nell’ottocento era per l’amore libero non perchè senza morale, ma perchè considerava immorale porre regole all’amore. Non aveva un idea del possesso, l’amore era un incontro, un desiderio, che era giusto risolvere in un amplesso consensuale

Era anche un grande bevitore. Dai cinquant’anni in poi si può dire che la sua fosse una sbronza permanente. Si pisciava addosso, raccontava storie senza fine.
Mai un’alzata di voce, mai una zuffa anche solo verbale. Nonostante questo era stimato, perchè quando beveva parlava come un libro aperto. Quindi il vino come apertura, non come chiusura consolatoria e deprimente.

Mio nonno era in qualche modo un aristocratico. Lui che aveva sempre abitato nelle periferie del mondo, disprezzava i poveri. Noi non siamo poveri diceva, perchè abbiamo la testa alta, la povertà non si misura con i soldi, ma con la schiena curva e la testa abbassata. Loro sono poveri diceva indicando col dito tutte le famiglie che lo circondavano.

Fu volontario in tutte le guerre. Passò da una prigionia all’altra. Dall’Africa, alla Russia alla Germania.. Non fu mai un vincitore, ma un vinto. Da sconfitto però attuò un suo disegno. Viaggiare. Conobbe gli altri popoli non da dominatore, ma da ultimo piolo della scala. Dai suoi racconti si deduce che fu capace di amare e di essere amato dalla gente che gli era stata assegnata come nemica . Fu quindi capace di scrivere la propria storia trovando pertugi di libertà dentro la grande e tragica storia del novecento.


E quindi : tenerezza, non violenza, indignazione, amore, vino, apertura, aristocrazia, autonomia, disobbedienza, solidarietà.


Poi mi sono chiesto come mai ancora oggi mio nonno goda di una buona fama nel quartiere. Come mai pur essendo sempre ubriaco per nessuno era un “imbariagoz” come mai pur vendendosi cose di valore per un bicchier di vino non era uomo da poco “un bagaj”, come mai pur non mantenendo le scadenze, aveva sempre lavoro. Come mai non si applicavano a lui quelle categorie corrosive che il dialetto pur prevede per i fighetti “spometi” per i senza valori “badanaj” per i ladruncoli “ledèr ed spècc”. Non si applicavano semplicemente perchè Armando si mostrava per quello che era. La sua debolezza era la sua forza. Lui era in confidenza con quelle parti che la maggior parte degli uomini si nega :le sue miserie e le sue nobiltà.


Ma una vita libera è un reato. E un uomo libero è come se vivesse contumace. O latita oppure viene preso. Quando il suo passo rallentò perchè era vecchio, non fu più un “originale” ma un “matto” e passò quindici anni in un letto di manicomio, di quelli antichi, un camerone ottocentesco, sbarre alle finestre, solitudine e scherno nelle poche parole degli infermieri.,

Dunque: tenerezza, non violenza, indignazione, amore, vino, apertura, aristocrazia, autonomia, disobbedienza, solidarietà, miseria, nobiltà, follia.

Fin qui un primo sommario inventario dei tasselli che portano al dialetto.dal sentiero del vissuto. Ora percorriamo il sentiero del pensiero.

C’è un grumo di parole che mi accompagna da un po’ di tempo. Mi accompagna dopo una rilettura delle lezioni americane di Calvino. Un libro importante per chiunque in qualunque modo e a qualsiasi livello si occupi di letteratura. Pure la lezione sulla leggerezza, pur gustata in tutta la sua bellezza, ha visto sorgere dentro di me un sentimento di protesta e ribellione. Ma la leggerzza, così come la bellezza è veramente anche oggi una categoria dell’esistenza accessibile a tutti.? Così non avendo certamente gli strumenti per confutare Calvino sul suo piano ho concepito con ironia e autoironia una sorta di lista di parole che potrebbero essere oggetto di contro lezioni non so bene se proletarie o semplicemente popolari.:

Le parole in questione sono:
intuizione, ingenuità, ignoranza, innocenza, dignità, ostinazione, uguaglianza, differenza, resistenza, rabbia.

Sono parole non inventate, derivano tutte da una concreta esperienza di lavoro di raccolta delle storie di anziani che sono tutti parlanti del dialetto. Quindi che pensano in dialetto e del dialetto hanno le categorie e le priorità.

Un ultimo gruppo di parole deriva invece da sommarie letture sulla poesia dialettale ed in particolare dalla bellissima quanto discutibile introduzione di Fortini alla raccolta di Franco Loi “Stròlegh” e alla prefazione all’antologia di poesia dialettale italiana “Le parole di legno” di Chiesa e Tesio.

Fra le tante motivazioni che conducono al dialetto ho scelto quelle a me più vicine:

Straniamento- Non in mio nome non con la mia lingua. Il dialetto come strumento di opposizione alla lingua nazionale. Contro la lingua del potere, contro la macchina delle progressive e magnifiche virtù del progresso, come semplice reazione alla modernità..

Scarto – Il dialetto come espressione dello scarto fra sè e la realtà. Qualcuno ha parlato della poesia dialettale come espressione di un ritardo culturale. Non nego che in alcune forme peraltro abbastanza diffuse, questo ritardo, spesso esista. Ma sopratutto nel secondo Novecento mi sembra che la definizione di Scarto sia più aderente.



Periferie- Il dialetto come lingua delle periferie del mondo, come appartenenza alle lingue della marginalità. Non per dare voce a chi non ce l’ha che è una formula ambigua a me particolarmente antipatica . Ma semplicemente per essere una voce che chiama altre voci .


Poesia del forse – Per Goethe la poesia dialettale era “poesia spaurita “ una poesia che aveva paura di apparire, una poesia dal complesso d’inferiorità. Mi piacerebbe che si chiamasse in dialetto “poesia del forse” una versione modesta di una più nobile e filosofica “poesia del dubbio” capace di più di quella in lingua di domande bambine ingenue e radicali ma che si pronuncia sottovoce e incerta.


Tragica - La lingua della rabbia della sofferenza e del dolore. Della miseria fisica e morale, dell’ingiustizia. Ma anche qui non con l’occhio dell’ agitatore ma del portatore.

Poesia fragile: una poesia antieroica, stremata dal confronto eppure dignitosa, sempre sull’orlo di una crisi di nervi, ma lucida.

Ricerca – Si scopre il dialetto mentre si cerca la poesia. Qui può divenire una forma d’arte in sè con la messa in campo di un idioma inventato che per segni e per suoni ci corrisponda fino all’intimità.


Fuori strada – Secondo un’efficace definizione di Zanzotto. Una poesia che corre fuori strada. Senza regole e senza codice. Con salti e acrobazie e divertimenti. Con cadute capitomboli e la vita.

Dunque eccomi qua. Con un pugno di parole. Per tentare di spiegare a voi e per spiegare a me il sorgere di questa nuova città invisibile interiore e dei suoi abitanti .





Me dantar am sent com sa foss Mozàrt
ma invezi al masum a san come Tunèin
in tla mi testa ai pasa dla musica speziel
cla ven da la natura e l’è na sinfoni
un cunzert d’erch e d’organ da cisa
Me sa foss un strumant a sarè un violonzel
con la vaus basa e melodiausa
ma invezi a cant com un capan struzè
Qual cam spiès piò d’ tott
l’è par la poesì parchè ai ò sbozz
ai ò i pinsir chi van a capo com’ un’ olivetti
ma quand ai mett invatta a un foj
im pèran di burdigòn spiattlè


Io dentro mi sento come se fossi Mozàrt
ma invece al massimo sono come Tonino
Nella mia testa passa una musica speciale
che vien dalla natura ed è una sinfonia una rapsodia
un concerto d’archi e d’organo da chiesa
Io se fossi uno strumento sarei un violoncello
con la voce bassa e melodiosa
ma invece canto come un cappone strozzato
Quello che mi dispiace più di tutti
è per la poesia perchè ho un talento
ho i pensieri che vanno a capo come un olivetti
ma quando li metto sopra un foglio
mi sembrano scarafaggi spiaccicati


** ** **


Insamma csa vliv cav degga
me a mor brisa cunvent cal seppa giost
che al mand ai seppa chi pol dir :
sta tera le la mi tira zà l man da la mi aqua
c’ai seppa chi l’ha incosa e chi al na gnint
cai seppa quall cal mor ed fam e chi ed goduria
Me a san ancaura par la liberte l’egalitè la fraternitè
e a san anc cunveint che la magioranza di crèmin
l’ai è parchè ai è disuguaglianza
Me a san cantar la mort a san cantar la viulanza
ma a san pr’al spudàcc parchè me a pans
che se tott ai scracessum in tla ghegnna
a sti ricon mat a sti lacchè a sti assuldè
... se solamànt tott ai scaraccessum in tla ghegna...


Insomma cosa volete che vi dica
io non muoio convinto che sia giusto
che al mondo ci sia chi può dire:
questa terra è mia o tira giù le mani dalla mia acqua
che ci sia chi ha tutto e chi non ha niente
che ci sia chi muore di fame e chi di goduria
Io sono ancora per la libertà l’uguaglianza e fratellanza
E sono anche convinto che la maggior parte dei crimini
avviene perchè c’è diseguaglianza.
Io sono contro la morte sono contro la violenza
ma sono per lo sputo perchè io penso
che se tutti gli sputassimo in faccia
a questi ricconi matti a questi lacchè a questi assoldati
...se solamente tutti gli sputassimo in faccia...


** ** **
Va ban an san incion
ma a me am pies pinser a la fen dla vetta
ca san stè comm l’ultum vagan dal treno
quall che a la partanza al fa comm un zaròcc
e anc durant al viaz als divert a dèr fastìdi
on cl’è scomod da steri invatta parchè agl’i à
i tramlòt al ciapa tòtt i cocc e al s’arvolta
Acsè al viaz l’è una lota con poca visuel
ma pò quand a s’ariva in vèssta d’una meta
al la stazion cl’è l’ ultma e al machinesta al frena
alaura aiè cl’atum che l’ultum vagan
l’è com’ onna saiatta e al spenz e al rojja al svèrsla
al treno tott vagan par vagan al fa al scintelli
e l’è forsi par quast comm pr’una punizian
che spass all’ultum di vagòn al ne brisà dè
al privilezi d’un mèrciapì urdineri e acsè
l’avanza fairum in mez al la campagna
dov sanza fer chès al lozzli e ai grell
tott qui chi an viazè can lò i al maledessen


Va bene non sono nessuno
ma mi piace pensare alla fine della vita
che sono stato come l’ultimo vagone del treno
quello che alla partenza resiste come un mulo
e anche durante il viaggio si diverte a dare fastidio
uno che è scomodo da starci sopra perchè
ha i sussulti prende tutti i colpi e si ribella
Così il viaggio è una lotta con scarsa visuale
ma poi quando si arriva in vista di una meta
alla stazione che è l’ ultima e il macchinista frena
allora c’è quell’attimo che l’ultimo vagone
è come una saetta e spinge e urla e grida
il treno tutto vagone per vagone fa scintille
ed è forse per questo come per punizione
che spesso all’ultimo dei vagoni non è dato
il privilegio di un normale marciapiede
così rimane fermo in mezzo alla campagna
dove senza far caso alle lucciole e ai grilli
tutti quelli che hanno viaggiato con lui lo maledicono



Gezim Hajdari - Tre poesie che toccano le mie corde -


Canto il mio corpo presente
nato da questo freddo spazio
che nulla promette

di notte
visioni di bianchi templi
mi richiamano nel vuoto

ho sognato campi solitari
per cercare i segni confusi
e capire la maschera dei cieli
che ama gli abissi

non so perché guardo a lungo
la linea sottile dell’orizzonte
o le cime brulle con uccelli neri

dove si nasconde ciò che non trovo?
sulle tremule alghe
o nei licheni bianchi?

Procedo nel verde consumato
e non porto niente oltre il mio corpo.

Non lascerò niente!


(da: "Corpo presente", 1999)

** ** **

Dammi la tua ombra
per la mia ombra

che sente freddo
nel suo nome

insegnami il tuo silenzio
la mia follia ne ha bisogno
per inventarsi un Dio

fammi conoscere la neve!

voglio nascondere
sotto la sua pelle
le parole mai dette



(da: "Corpo presente", 1999)

** ** **

Non riesco a liberarmi
dal buio dei sassi
offerto dal mio Tempo
di fango e ombre

Sulla collina di sabbia
gli uccelli gridano
arrochiti

Avrebbe senso ritornare
nel tuo sangue?

Come in altri tempi
ripeto parole di pietra

e volti sconosciuti rimpiangono
un territorio
svanito per sempre.


(da. "Corpo presente", 1999)

** ** **

BIOGRAFIA

Gëzim Hajdari è nato nel 1957 a Hajdaraj, piccolo villaggio collinoso della provincia di Darsìa (Lushnjë) dove durante l’autunno e l’inverno si scatenano lampi e tuoni tremendi e tira sempre vento. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il Liceo Scientifico e l’Istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnjë. Ha studiato Lettere Albanesi a Elbasan e Lettere Moderne alla “Sapienza” di Roma.
La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in italiano e albanese. Ha pubblicato le raccolte poetiche: "Erbamara", "Antologia della pioggia", "Ombra di cane", "Sassi controvento", "Corpo presente", "Stigmate", "Spine nere", "San Pedro Cutud: Viaggio negli inferi del tropico", "Maldiluna", "Poema dell'esilio".
Fa parte di numerose antologie e ha partecipato a vari reading di poesia. È cittadino onorario della Città di Frosinone per meriti letterari.
Sta curando, assieme a I. Mehadheb e S. Mugno, la traduzione in italiano dell’opera del maggior poeta tunisino: Abau El Cacem Chebbi.
Ha vinto numerosi premi per la poesia come: Premio Eks&Tra, Premio Montale (per la poesia inedita), Premio Dario Bellezza, Premio Grotteria, Premio Trieste EtniePoesie.
Le sue poesie sono tradotte in greco e in inglese. Hajdari scrive sia in albanese che in italiano, rinnovando un’antica tradizione di poeti (da Seneca fino a Keats, Nabokov, Yeats, Celan) che hanno scritto nella lingua del paese ospitante. Temi ricorrenti nella sua poetica sono la solitudine (condizione esistenziale quasi catartica), il viaggio (come esule, ma anche come essere umano) ed elementi naturali come la pietra, la terra, il cielo.
Ha partecipato a "Lo spirito dei luoghi - Poesia contro la guerra" (1999) e a "Verba Volant" (2000)